Il Palazzo Arcivescovile

Il primo nucleo dell’attuale Palazzo Arcivescovile fu costruito nel 1224 dal vescovo Roberto: ne fa fede un’epigrafe marmorea che si trova oggi murata ai piedi dello scalone settecentesco a sinistra del portone d'ingresso. Il vescovo Roberto era della famiglia lucchese dei Leccamolini. Era canonico della cattedrale di San Martino e venne eletto dal Capitolo prima del 31 agosto 1202.

Il luogo prescelto fu ad est della cattedrale di San Martino utilizzando come fondamenta le mura romane del secondo secolo i cui resti sono visibili nella Chiesa della Rosa. Le spese assorbite dalla nuova costruzione dovettero essere di entità notevole e il vescovo si trovò costretto ad impegnare molti beni della Diocesi. A distanza di un secolo, nel 1353, il vescovo Berengario fece eseguire nuovi lavori ma il palazzo fu considerevolmente ampliato dal vescovo Stefano, lucchese, della nobile famiglia Trenta dalla metà del sec. XV. Il grandioso edificio che corrispondeva ai tre quarti dell’attuale palazzo - che fu poi completato verso sud nel sec. XVIII - era stato concepito dal Trenta per dare definitivo e più razionale assetto agli uffici della Curia. Questi furono dotati di un ingresso indipendente con un bel portale marmo reo con gli stipiti ornati da cornici classiche e nell’architrave un bassorilievo con due putti che sorreggono uno stemma nel quale si intravedo no tre bucrani, armi della famiglia Trenta. Il portale è opera di un seguace di Jacopo della Quercia mentre il portone in legno di cipresso è attribuibile a Jacopo da Villa o Masseo Civitali. Nel piano terra dei nuovi locali trovò sistemazione il Tribunale ecclesiastico con l’aula delle udienze e gli uffici annessi e nel seminterrato furono ricavate le prigioni. Al primo piano furono sistemati la cancelleria e gli archivi mentre al piano superiore le sale di rappresentanza e il salone.

Il salone

Il salone venne costruito in funzione ‘pastorale’ come oggi si direbbe, per le assemblee plenarie del clero della vastissima diocesi che si estendeva da San Pellegrino in Alpe fino al Valdarno e alla Valdera e dal Mar Tirreno fino a Montecatini comprendendo le attuali diocesi di Pescia e di San Miniato. La costruzione, iniziata dal vescovo Trenta, fu portata a termine dal suo successore Nicolao Sandonnini. Questa vasta sala di 240 metri quadrati aveva in origine un soffitto a cassettoni in legno intagliato, eseguito probabilmente da Masseo di Bertone Civitali e decorato da Michelange lo di Pietro Membrini, il massimo rappresentante della pittura lucchese del rinascimento, che lo realizzò nel 1489. Il sontuoso soffitto spartito in sette file di riquadri, doveva contenere, nel riquadro centrale, lo stemma del vescovo Sandonnini, dorato e argentato e negli altri riquadri le rose, i fregi, le borchie e gli intagli dovevano essere dorati «con oro fino». L'artista utilizzò come colore di fondo del soffitto, il costosissimo azzurro d’Alemagna. Il sontuoso soffitto crollò improvvisamente verso la metà del sec. XIX e venne rifatto secondo il gusto ottocentesco con volta intonacata su cannicciata. Fu decorato negli anni 1849-50 da un gruppo di cinque pittori lucchesi fra cui Michele Ridolfi, Nicolao Landucci e Francesco Bianchi. Sono del Ridolfi le quattro figure intere – dipinte con la tecnica ‘ad encausto’ - al centro delle pareti che raffigurano i quattro vescovi lucchesi più famosi: San Paolino, San Frediano, Sant’Anselmo e il papa Alessandro che, durante il sommo pontificato, volle mantenere anche il vescovato di Lucca. Il Landucci è autore dei quattro busti a monocromo nei pennacchi degli angoli raffiguranti quattro dottori della chiesa latina: Sant’Agostino, San Gregorio Magno, San Bonaventura e San Tommaso d’Aquino. Francesco Bianchi si cimentò nell’architettura della volta compreso il grande riquadro centrale aperto verso un cielo azzurro ove volteggiano alcuni putti sorreggenti i privilegi quasi millenari dei vescovi di Lucca: l’uso del pallio, riservato solo agli arcivescovi metropoliti, lo zucchetto di porpora rossa proprio dei cardinali, la croce astile da portare davanti al vescovo nelle processioni liturgiche, e il titolo di ‘arcivescovo’ evidenziato nello stemma del Sandonnini sovrastato dal cappello arcivescovile con venti fiocchi. I muri laterali, subito al di sotto della volta, sono la parte più interessante di tutto il complesso perché rimasta immune da un affrettato restauro degli anni Sessanta che ha in parte alterato i dipinti sulle pareti. Qui vediamo quattro medaglioni incastonati da elementi architettonici che presentano animali fantastici immersi in un paesaggio e in alto tre segni zodiacali per ciascuno. Fra questi spiccano due ovali, in uno dei quali è dipinto un personaggio femminile al centro di un’esedra mentre nell’altro è raffigurata l’allegoria del vento che soffia verso un albero carico di frutti e il  motto «syncera manent». Al di sopra dell’allegoria è lo stemma prelatizio dei Guidiccioni, indice del committente dell'opera. Poiché lo stemma dipinto è vescovile (è sormontato da cappello e fiocchi verdi) la pittura è da attribuire al tempo del vescovo Alessandro I, e cioè alla seconda metà del Cinquecento.  Adiacente la biblioteca e lo studiolo, dal lato meridionale, si trova la sala detta oggi ‘degli armadi dipinti’ qui sistemati negli anni sessanta del secolo scorso per disposizione di Monsignor Bartoletti, i quali in origine si trovavano al primo piano attorno ai muri nella stanza adibita già in antico e anche oggi a cancelleria. Si nota, dipinto nell’architrave, lo stemma del cardinale Girolamo Buonvisi il cui episcopato lucchese corrisponde agli anni 1657-1677. Procedendo verso nord entriamo nell’appartamento nobile in parte tappezzato di damasco cremisi, che oggi accoglie la sala di consultazione dell’Archivio Arcivescovile e della Biblioteca Capitolare Feliniana e ospita le collezioni più antiche e pregiate come quella delle numerose carte longobarde originali (un fondo unico al mondo) e i codici più preziosi dei secc. VIII-XV della famosa Biblioteca Capitolare.

Lo studiolo

Il palazzo arcivescovile ospita anche uno studiolo, collocato al secondo piano dell’appartamento d’estate. La storia di questo piccolo e pregevole ambiente completamente decorato a grottesche, è legata alla famiglia lucchese dei Guidiccioni, come indicato dalla stemma araldico dipinto al centro della parete di levante.

Il loggiato

Su iniziativa del vescovo Alessandro Guidiccioni (1550-1605) fu costruito una galleria che congiungeva il primo piano dell’episcopio con la cattedrale, permettendo ai vescovi di recarsi in San Martino senza uscire all’esterno, che rimase in essere fino al 1941 quando venne demolito con l’intento di isolare la zona absidale della cattedrale e fare del terreno fra questa e il palazzo, fino ad allora utilizzato ad orto e recintato da un alto muro, un prato verde aperto al pubblico.

Bibliografia

Giuseppe Ghilarducci, Palazzo arcivescovile, in «Living Tuscany», n. 25 settembre 2010;

Marcello Brunini, a cura di, Un archivio, un palazzo, una città, Maria Pacini Fazzi, 2019;

Concioni, Ferri, Ghilarducci, Arte e pittura nel medioevo lucchese, Matteoni Editore, 1994;

Concioni, Ferri, Ghilarducci, I pittori rinascimentali a Lucca, Rugani Editore, Lucca, 1988;

I. Belli Barsali, Guida di Lucca, Lucca, 1970; P. Mencacci, M. Zecchini, Lucca Romana, Lucca, 1984.